Ulisse si conosce a scuola, leggendo i poemi omerici. Difficilmente capita di riascoltare altrove i versi dell’ ”astuto guerriero”, principale artefice della caduta di Troia, famoso per essere il più antico arciere della leggenda. Così forte da essere l’unico a saper tendere il suo potentissimo arco, così coraggioso da essere capace di eliminare, da solo, i vigliacchi usurpatori che si erano piazzati in casa sua a dispetto della moglie Penelope, quella della tela infinita, che di giorno tesseva e di notte disfaceva. Era un arco da caccia e volutamente era stato lasciato a casa, tra le cose care, quotidiane, perché non era un oggetto da usare in battaglia. A Troia si combatteva con armi bellissime, in metalli pregiati, create addirittura da Vulcano per i combattenti più bravi o più sponsorizzati da altri dei. Gli arcieri erano guerrieri mercenari che venivano mandati avanti sui carri per lo sfondamento iniziale delle truppe nemiche.
L’arco di Ulisse era un capolavoro di potere e di tecnica: un pesante monolite di legno che solo la rabbia infinita, il dolore di un faticoso ritorno, la pena di aver perduto venti anni di vita e di amore, l’ingiustizia di sapersi perseguitato in casa, le lacrime fresche per il cane Argo appena morto, hanno permesso, a uno straccione stanco, di tendere con tanta facilità e precisione. La passione, la concentrazione, la certezza dell’obiettivo a volte sono spinte così forti per qualsiasi arciere da far raggiungere risultati meravigliosi. A casa di Ulisse come alle moderne Olimpiadi.
Al Teatro Comunale di Antella Riccardo Massai, attore e regista fiorentino, ci legge i versi di Omero, nella traduzione classica altisonante. Ci pare di rivedere la scena: Ulisse che prepara la sfida, le asce disposte in fila per essere attraversate in un lungo percorso da una freccia sicuramente grezza eppure micidiale. Ulisse che incocca, nello stesso eterno modo di tutti gli arcieri del mondo, che prende la mira sicuro, determinato, solo, silenzioso e sospeso. E in attimo….scocca.













