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Se una domenica d’autunno capita di imboccare la via che da Lastra a Signa porta a Malmantile, girando verso il monte e il bosco, lasciandosi alle spalle il traffico e la città, fermandosi alla piazzola di fronte agli “Arcieri del Rovo”, dopo soli pochi passi sembrerà di essere entrati in un’altra dimensione, in una favola mai dimenticata, fatta di giochi, folletti, laghi e animali, di casette fatate e di… arcieri. Ci abbraccia amorosa una valle verde, un declivio dolce, una diga coperta di vegetazione, un senso di apertura e di libertà, una coperta di pace fatta di amicizia e condivisione, di silenzi infiniti e di risate squillanti.  Di abilità, anche, perché tirare nel bosco alle sagome degli animali, alci, cinghiali, galli cedroni, volpi, non è facile neppure per gli esperti, soprattutto senza mirare, perché la FIARC (Federazione Arcieri di tiro di Campagna) predilige il “tiro istintivo”. E’ pensando alla parabola ideale che il proprio arco deve assumere che l’arciere colpisce il bersaglio, ricostruendosela nella mente e nel corpo, come se disegnasse una invisibile freccia che attraversi l’aria, inclinata  nell’unico modo possibile per volare giusta. Un folletto, un “cupido” che imbraccia l’arco rapido e solo guardando l’oggetto da colpire lo raggiunge infilzandolo. Senza mirare, senza calcoli complicati, senza attrezzi speciali. Per regolamento, che si ispira alla caccia, è la prima freccia quella che vale di più. Solo due per piazzola, in una serie complessa di tiri: attraverso tunnel di alberi che falsano le distanze, nel buio di un cespuglio folto, attraverso un lago, schiacciati contro il prato allo scoperto di un frutteto. Una miriade di possibilità, anche del corpo, che con agilità e fantasia si adegua alle inclinazioni del terreno, alle rocce, alle buche, ai rovi. La mobilità è la differenza più evidente nei confronti delle gare  FITArco: si può tirare  alle sagome in movimento, in piedi su un’altalena che oscilla, ai piattelli lanciati in aria. Pierluigi Chiaramonti è il presidente. Sicuro, competente, sereno, ci guida nel mondo incantato di un’arcieria difficile e affascinante. Impossibile imparare in un giorno tutte le regole, le possibilità, le tecniche. Sta nel bosco con una disinvoltura medievale, semplice e gentile, si adegua al terreno e all’ambiente ad ogni tiro, veloce, rapidissimo, un miracolo di coordinazione. Ci racconta che ci sono regole precise da rispettare e la Federazione prevede figure adeguate e competenti in tutti i settori: arbitri, istruttori, capicaccia e capisquadra. La sicurezza è importante e i territori dedicati alle gare e agli allenamenti sono controllati e custoditi dai rovi, dall’erba, dagli alberi caduti, dagli intrusi. Gli istruttori sono severamente selezionati. Gli arcieri possono cominciare a qualsiasi età: da due anni fino a che hanno fiato e gambe per arrampicarsi sul percorso. Dopo la fatica allegra di ogni gara ma anche dopo ogni allenamento, il pranzo sociale è quasi obbligato: carne che sfrigola sulla brace, pane profumato, liquori fatti in casa e soprattutto buon vino e buona grappa per riscaldare la brigata. E’ come tornare bambini felici nel bosco delle fate.

 

Nino Oddo, uno dei fondatori della Fitarco, che ha accompagnato il tiro con l’arco nel suo percorso di quasi mezzo secolo, è l’organizzatore d’eccellenza del 4° Seminario Tecnico Fita tenutosi al Centro Coni dell’Acqua Acetosa, dal 3 al 6 novembre. Il 2009 è infatti per la prima volta il turno dell’Italia, dopo Madrid e, per due volte consecutive, della fortissima Corea. Una proposta di grande impegno, ma anche di grande gratificazione perché da intendersi come omaggio all’alta considerazione che a livello mondiale viene rivolta al nostro paese, sia per le competenze atletiche che organizzative. Più di ottanta i partecipanti da tutto il mondo, almeno tre i continenti rappresentati, quattro giorni intensi per ricchezza di interventi e di contenuti, con ospiti di altissimo livello sportivo, tutti interamente registrati in esclusiva da Arcotoscanatv, in collaborazione con la Direzione Fitarco. Le registrazioni verranno messe a disposizione di chi ne farà richiesta a cura dei referenti federali. L’evento infatti, unico nel suo genere, portavoce delle più avanzate tecniche di allenamento, non poteva limitarsi alla labile udizione di pochi privilegiati, ma rimarrà testimoniata da videoregistrazione e potrà essere resa accessibile a tutti gli appassionati di tecnica di tiro con l’arco. Un seminario che rimarrà anche come pagina di storia della stessa Federazione, in quanto, come ci è stato spiegato dall’intervento di apertura di Nino Oddo, ha subito molti e sostanziali sviluppi nei suoi circa cinquant’anni di attività agonistica. Uno sport che nasconde, nella sua apparente semplicità, la ricerca continua di miglioramenti che investono sia la tecnica di tiro, che la preparazione atletica, senza escludere una continua evoluzione delle attrezzature, complice di prim’ordine nella corsa ai risultati prestigiosi. L’Italia ormai vanta il suo secondo posto a livello di primati mondiali in questa disciplina e nessuno scenario poteva essere migliore del centro CONI dell’Acqua Acetosa, nella sua veste autunnale, nell’accogliere i delegati internazionali provenienti da India, Canada, Australia, per citare solo i più lontani da noi. Attenti e numerosi fino dal primo giorno, i partecipanti, tra cui anche i nostri migliori istruttori, come Vincenzo Scaramuzza e Franco Basili, hanno arricchito gli interventi con domande appropriate e chiarificatrici. Tra gli ospiti d’onore la medaglia d’oro Marco Galiazzo, il pluriolimpionico Ilario di Buò e i grandissimi Sergio Pagni e Natalia Valeeva già duramente al lavoro per i numerosi e prestigiosi appuntamenti agonistici dei prossimi mesi.

 

Il fascino del tiro di campagna è un frutto che si gusta quando l’arciere è maturo, cioè quando ha superato l’asprezza e gli spigoli delle conoscenze elementari e arriva a scoprire che l’arco è uno strumento nelle mani della propria forza, della propria fantasia, della propria creatività e che può avventurarsi anche nei percorsi di bosco, con inclinazioni e scoscendimenti, rocce, alberi e paure. E può vincere. Non le Olimpiadi perché questo genere di gare è riconosciuto nel suo massimo a livello di World Cup, ma comunque nei circuiti che arrivano a livello nazionale, europeo e mondiale. L’Italia è stata scelta per i Campionati Europei di Hunter and Field del 2011 che si svolgeranno al Borro, presso Montevarchi (AR) in uno dei circuiti più difficili e suggestivi dell’agonismo arcieristico.

Natura, silenzi, profumi, terra. Bersagli da osservare prima di lanciarsi a capofitto a scagliare frecce senza prima pensare. Vincenzo Scaramuzza, tecnico di prim’ordine, specializzato nel tiro di campagna, suggerisce la lentezza, la ritualità, la riscoperta del gesto nella sua bellezza. E suggerisce di usare i cinque sensi anche nel tiro di campagna. La vista per prima: osservare il paesaggio, non solo per un fatto estetico, ma soprattutto per capire, per valutare come è messo il bersaglio, quanto e in che direzione si inclina il terreno anche quando non è evidente: si possono evitare molti errori inspiegabili solo osservando di più. L’udito, per percepire i rumori in modo che non creino disturbo, per imparare ad isolarsi, concentrandosi al massimo e selezionando quei rumori che invece ci servono. Dobbiamo ascoltare l’arco, capire se il rumore è sempre uguale in modo da riconoscere se anche il gesto è sempre uguale. Il tatto per entrare in piena sintonia con l’attrezzo, toccarlo profondamente, controllare se i punti su cui agire con le mani o con le dita sono sempre gli stessi, se ci rassicurano. Il gusto e anche l’odorato per ritrovare pienamente il piacere del gesto, della natura bella che ci circonda, della situazione che stiamo vivendo. Perché lo sport deve essere prima di tutto piacere, soddisfazione, godimento. Solo alla fine arriva la valutazione della distanza e un buon tiro ha bisogno sì di buona mira, ma soprattutto di buona tecnica: l’equilibrio sui piedi, che di volta in volta debbono scegliere la posizione migliore secondo le pendenze, l’inclinazione adeguata del busto rispetto al terreno, il giusto coordinamento di tutta la sequenza di tiro. Un buon ritmo, perché il tiro con l’arco assomiglia molto al ballo che richiede coordinamento, concentrazione e sintonia. Soprattutto ritmo, che aiuta a essere precisi e felici. E Scaramuzza si illumina nel sorridere, calmo, sicuro, incrollabile. Ci contagia serenità e ottimismo. E tanta voglia di provare.

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Nelle immagini qualche momento rubato agli allenamenti all’aperto che il gruppo di disabili visivi ha svolto presso la Società Arcieri della Signoria di Firenze.

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Per informazioni sulle attività:

Polisportiva Fiorentina “Silvano Dani” O.N.L.U.S. via Fibonacci, 5 – Firenze c/o U.I.C. ed Ipovedenti Tel. 055.580319. www.polisportivafiorentinasdani.it

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Sel tema vi proponiamo, inoltre, un testo tratto da “Manuale di tiro con l’arco per non vedenti” di Cecilia Trinci e Arianna Donati.

“Può sembrare impossibile che, senza mirare, si possa centrare un bersaglio alla distanza di 18 metri, ed in realtà siamo abituati a privilegiare talmente le infinite informazioni che ci provengono dalla vista, da mettere in secondo piano possibilità diverse. Dobbiamo ricordare però che, pur essendo un aiuto di fondamentale importanza, la mira non può, da sola, garantire un buon risultato dal momento che è sempre la corretta esecuzione della sequenza di tiro e l’allineamento scheletrico a fare di un tiratore un bravo arciere. Su queste due considerazioni si basa il tiro con l’arco per non vedenti i cui punti di forza sono costituiti appunto dall’allineamento della persona rispetto al bersaglio, dal controllo propriocettivo di tutte le fasi della sequenza di tiro e dalla capacità di concentrarsi.

Dobbiamo considerare che le difficoltà sono enormemente maggiori rispetto ad un tiratore vedente, non solo per l’impossibilità di mirare, ma anche per tutta una serie di carenze di ordine conoscitivo e di supporto. I controlli che un arciere fa prima e durante la sequenza sono tutti di carattere visivo: non solo il fatto di mirare ma anche traguardare la corda, abbinare arco-freccia al bersaglio e anche all’ambiente circostante. Inoltre la conoscenza della distanza è per il vedente abituale e istintiva, mentre chi non vede conosce solo lo spazio a misura del proprio braccio, o, al limite, a misura del proprio bastone. Una distanza di tre metri non dà sensazioni o emozioni diverse di una distanza di 20 metri! Inoltre chi non vede non è abituato a dominare la distanza, ma anzi è abituato a subirla, a sentirsi limitato nella capacità di gestire il suo rapporto nello spazio. In questo senso il tiro con l’arco apre al non vedente possibilità inusuali che oltre ad essere esaltanti sono anche estremamente educative sul piano della qualità della propria vita.

(…) Il gruppo di Firenze si affida (…) alla sola memoria motoria, lasciando un suggerimento tattile per i piedi, ma rifiutando qualunque supporto meccanico esterno perché si ritiene che questi possano influenzare negativamente la capacità di concentrarsi sul proprio gesto e sul riconoscimento delle sensazioni motorie. Queste, invece, una volta assimilate e registrate a fondo, sono capaci e sufficienti, da sole, ad essere guida per l’esecuzione del movimento giusto. In altre parole, una volta collocati i piedi in direzione del centro del bersaglio il resto dei movimenti sarà tutto consequenziale. Un buon coordinamento, uno stato di giusto rilassamento muscolare, la sicurezza acquisita dalla memorizzazione del gesto corretto daranno risultati insperati. In tal caso si preferisce porre l’attenzione solo sulla persona, senza ricorrere ad appoggi esterni o ausili di alcun tipo. Questa scelta anche se presenta maggiori difficoltà per l’arciere può dare risultati più soddisfacenti sia per la maggiore somiglianza del tipo di tiro a quello dei normodotati, sia per i risultati oggettivi ottenuti anche nei punteggi, come si è visto negli ultimi campionati. La presenza in piazzola dell’istruttore che può dare piccoli suggerimenti verbali, rientra nella consuetudine dello sport per non vedenti, che riconosce sempre la presenza di una “guida” vedente, come ad esempio nell’atletica o nello sci che hanno raggiunto le Paraolimpiadi.

Certamente i tempi di apprendimento saranno più lunghi che per un vedente anche per quelle carenze conoscitive di cui abbiamo parlato. In generale, infatti, chi non vede conosce solo, della realtà esterna, quello che ha potuto toccare. Per assurdo può darsi che un non vedente dalla nascita non conosca un gatto, se non lo ha mai toccato e sicuramente pochi sapranno descrivere in modo corretto un aereo o anche un grande albero o, ancora più difficile, il cielo.

Per gli ipovedenti il problema conoscitivo è minore dal momento che possono ricorrere a categorie di concetti di cui conoscono le caratteristiche, ma, in fase di esecuzione le difficoltà saranno simili, dal momento che il bersaglio non arriva nel loro campo visivo ed è impossibile anche per loro mirare e controllare lo spazio.

Chi non vede conosce le cose attraverso l’udito o il tatto e quelle che sono troppo lontane o che non producono rumore non esistono nella sua specifica realtà. Colpire un bersaglio con una freccia impone a chi non vede un percorso complesso: immaginare quell’intervallo spaziale tra lui e il paglione, immaginare quel punto invisibile da colpire, colpirlo con un gesto di cui può avere solo un controllo dall’interno di sé, senza potersi autosservare. Riceverà un rumore in risposta che imparerà ad interpretare come insuccesso (freccia al suolo) o successo più o meno parziale (un tipo di rumore per il centro, un altro per i contorni esterni del paglione). Quel rumore animerà il suo spazio sconosciuto e se per qualsiasi arciere colpire il bersaglio è un successo, per un non vedente significa aver acquisito una grande capacità di concentrazione e di controllo di sé. La scuola che lo porta a questo è la stessa che lo può guidare nella vita comune a non scoraggiarsi, ad essere tenace nel raggiungere “bersagli” di qualunque natura. E se questa caratteristica può essere comune a molti sport, il tiro con l’arco, al di là della sua contraddizione solo apparente con il concetto del non vedere, risulta accessibile anche a chi non ha particolari doti atletiche, non richiede ricchezza di movimenti mentre invece sprona alla ricerca di se stessi, al miglioramento dell’autostima, alla ricerca sempre maggiore di autonomia, insegna ad essere tenaci e costanti. Inoltre migliora l’equilibrio, potenzia la muscolatura e aiuta a migliorare la postura, tutti obiettivi di fondamentale importanza per i disabili visivi.”

Il gruppo di Firenze, attivo fin dal 1992, è guidato da Cecilia Trinci, istruttore Fitarco, affiancata da collaboratori come Nedo Vannucci, istruttore Fitarco e Arianna Donati, istruttore FIARC.

Le statistiche non ci sono amiche: le donne nello sport non sono molte, sia come atlete che nel settore tecnico e dirigenziale, nonostante che il mondo al femminile stia cambiando in tutti i settori e più velocemente di quanto gli uomini siano disponibili a interiorizzare. Paola Bertone, una vita per lo sport come atleta ad alto livello in discipline diverse, protagonista già da quando aveva quattro anni, olimpionica, tecnico, dirigente, ha oggi un importante incarico di Allenatore della Squadra Nazionale Giovanile di tiro con l’arco. “Lo sport è la mia vita”, dice, eppure concorda sull’esistenza di una “paura rosa” diversa da quella degli uomini, come diversa è la sensibilità, la motivazione, l’approccio, la strategia e la forza per vincere. Non più deboli certo le donne, anzi, costrette a partire da “sotto zero”, con difficoltà che gli uomini non incontreranno mai, già da piccole caricate del fardello di un condizionamento culturale che le fa crescere meno disponibili al gusto del gioco senza scopo e a tutto ciò che non sia allenamento alla dedizione e alla cura degli altri. Le donne hanno paure segrete, sotterranee, spesso indecifrabili e quasi mai davvero decifrate, hanno meno manualità istintiva, più difficoltà a intervenire concretamente sugli oggetti, la materia, gli arnesi e gli attrezzi. Nel tiro con l’arco la manualità è importante, la “messa a punto” dell’attrezzatura una parte essenziale delle conoscenze tecniche. Fondamentale è la disponibilità al mutamento, soprattutto nel tiro di campagna, dove, per dirla con le parole di Vincenzo Scaramuzza, ogni percorso di gara è da affrontare come una galleria di quadri di uno stesso artista, mettendosi di fronte ad ogni bersaglio cercando di capire cosa vuole esprimere, che difficoltà nasconde, che cosa ci chiama a fare. Ma la donna da sempre conosce strategie proprie che le fanno superare le difficoltà con maggiore fantasia, creatività, possibilismo del più forte degli uomini. Le donne conoscono le proprie paure e imparano a conviverci presto, sanno come tenere sotto controllo più settori contemporaneamente, come guardare qui e insieme lì, sanno che devono per forza essere più attente, più tenaci, più costanti, più brave. Sanno che partono svantaggiate e devono rimontare per essere alla pari, sanno che difficilmente i loro errori saranno perdonati o passeranno inosservati. Sanno che possono gareggiare e contemporaneamente provvedere, esserci per gli altri, essere anche da un’altra parte. Paola ha due splendidi figli gemelli che spesso l’accompagnano nelle trasferte. La sua vita “per lo sport” trova un dolcissimo spazio soprattutto per loro. Eppure, dice, “presto tornerò a gareggiare perché la vittoria mi manca.” E come tutte le donne saprà allungare anche il tempo.

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Torino: Parco Ruffini, con i suoi alberi e le sue fontane a mitigare il caldo di questo  fine settimana a cavallo tra luglio e agosto dell’estate 2009, in cui si disputa il 48° Campionato Italiano Targa. Nel suo interno lo Stadio Primo Nebiolo, appena rinnovato, accoglie più di 600 atleti provenienti da tutta Italia, con relativi accompagnatori, tecnici e dirigenti, in una splendida cornice: sullo sfondo il verde degli alberi del parco e  in campo la schiera multicolorata dei bersagli distesi in fondo alla linea di tiro. I gazebo, bianchissimi sul verde del prato, proteggono dal solleone le squadre degli arcieri, che si alternano su tre giornate intense di scontri: venerdì 31 luglio tocca ai più giovani, sabato 1 agosto ai compound, e domenica 2 agosto agli olimpici. Atleti di spicco Mauro Nespoli e Ilario di Buò. Un anticipo, quasi una prova generale dell’evento clou del 2011, i Campionati Mondiali Targa, affidati ancora una volta a Torino e all’esperienza  del Comitato Regionale Piemonte della Fitarco, con le sue società e i suoi volontari del territorio.

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Gli scontri diretti di sabato e di domenica vengono trasmessi in diretta da ArcotoscanaTv con due commentatori di eccezione: il tecnico Umberto Bianchi per il compound e il vicepresidente federale Paolo Poddighe per l’olimpico. Difficilmente si riesce a seguire con appassionato tifo una qualsiasi gara di tiro con l’arco: l’atleta è sempre troppo lontano, il bersaglio incomprensibile, i punti si nascondono in una selva di frecce indistinte tra cui è impossibile riconoscere le penne del “nostro” eroe di turno… In genere si aspetta il risultato e ci si complimenta. Spesso ci si distrae o, peggio, ci si annoia. Con la diretta Tv, invece e finalmente, ci si appassiona come in una partita di calcio della nazionale, come in una finale di basket, come al traguardo di una corsa del Giro d’Italia! La telecamera di Arcotoscanatv  inquadra l’atleta, la sua espressione, il suo viso, l’intero suo gesto e subito dopo viene  inquadrata la freccia che impatta sul bersaglio, visibile come se il pubblico fosse lì, attaccato e vicinissimo a quel bersaglio dove mai è stato possibile avere accesso. Vedi l’arciere, la sua perfezione o la sua piccola incertezza, la sua breve tensione, qualche volta precedi il punteggio azzardando un pronostico e poi vedi la freccia mentre infilza il cerchio della visuale. Senti anche il rumore dell’impatto che ti fa percepire di essere proprio lì, protagonista anche tu dell’evento, che vedi scoccare, volare e arrivare quelle frecce importanti. Di cui non riesci più a perderne neppure una, lasciandoti andare a gustare la bellezza, l’estetica, la tecnica di quella gara silenziosa, appassionata e appassionante, di arcieri che affrontano la fatica e l’impegno fino all’ultimo momento, fino all’ultima freccia. Quando la gara finisce, insieme alla diretta tv, si spenge anche l’attesa, l’ansia, la curiosità, il divertimento e la piacevole sensazione di “esserci davvero stati”.

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Può accadere che la vita abbia uno schianto, tanto forte che sembra davvero finita. Può accadere che invece non finisca davvero, che dopo lo schianto riesca a riprendere, anche se con estrema fatica e dolore, con conseguenze che sembrano impossibili da sopportare e ancora meno da superare. L’Unità Spinale è un settore dell’Ospedale di Careggi dove da anni si utilizza, con successo, il tiro con l’arco come mezzo di riabilitazione, non solo fisica, ma anche psicologica dedicandolo a persone che hanno subito traumi terribili e che si trovano ad accettare all’improvviso il fatto di non poter più camminare. La sedia a rotelle diventa la continuazione del proprio corpo; seduti si può tirare con l’arco già in ospedale e poi fuori, nelle società sportive disposte ad accettare la sfida. Sulla sedia a rotelle si può fare agonismo anche ad alto livello, si può sperare di arrivare fino alle Olimpiadi… Uno sport che ha questo valore aggiunto inestimabile di poter entrare in un ospedale con il potere di intrattenere o divertire ci sembra che diventi qualcosa di più e di grande rispetto a tutti gli altri. Il beneficio che ne deriva è grandissimo: si possono ottenere miglioramenti visibili nell’equilibrio, nel recupero di alcune capacità motorie delle braccia e del busto, si può tornare a sfidarsi, a vincere gare e a sorridere in compagnia. Il primario, il dottor Sergio Aito, con grande coraggio, ha sempre favorito questa attività all’interno del suo ospedale, anche con grandi difficoltà legate soprattutto alla mancanza di un vero e proprio impianto idoneo, a certe resistenze da parte dell’organizzazione interna, alla mancanza di fondi per l’acquisto dei materiali. La Federazione FITArco lo ha sempre aiutato, attraverso la disponibilità dei suoi istruttori e anche pensando alla formazione di personale che sia sensibile all’accoglienza di persone con disabilità motoria. Spesso, nel cortile del CTO, in qualche ora del pomeriggio, si possono incontrare ragazzi appena risorti da terribili incidenti, seduti in carrozzina che tirano con l’arco a un paglione appoggiato ad una colonna, tra le aiuole e gli alberelli del giardinetto, con la guida di Piero Amati, il loro referente sportivo e allenatore. L’attenzione va tutta a mirare nel giallo, a sfidarsi tra di sé ridendo e, soprattutto, ad evitare di ferire incautamente, con una freccia sbagliata, il coraggioso primario che si affaccia di tanto in tanto dal fondo del giardino ad osservarli.

Clara

E’ il due di maggio. Da tanto tempo avevo promesso di passare un pomeriggio con lei. Clara sta male, ha ricominciato la chemio, non sta praticamente in piedi, ma vado a trovarla e le dico: ti porto in un prato verde e ti faccio tirare con l’arco”.

“Mi metto questa maglietta, va bene?”

La indossa subito, poi si gira verso di me, con le mani sui fianchi. Sorride, come se si vedesse davvero riflessa in uno specchio.

Attraversiamo la città e andiamo a Ugnano, al campo di tiro della mia società. Le ho promesso il prato e lo mantengo.

Ci sistemiamo appena un po’ a distanza dagli arcieri abituali che si stanno allenando. Le insegno come si fa.

Le spiego la mia convinzione: “Se ti metti nella posizione corretta ed esegui il gesto come si deve ce la fai di sicuro anche senza vedere. E’ la posizione del corpo che fa andare dritte le frecce, non la vista”.

Dobbiamo stare attenti a non fare danni al suo fisico provato. Ma l’arco leggero ce lo consente. Incocca e tira. Da vicino, ma raggiunge il bersaglio con un colpo soffice.

“Che te ne pare?” chiedo.

“Bellissimo! Sento la freccia che parte e mi sembra di volare, sento la forza, l’energia, la speranza che partono da me e mi portano via, nello spazio, nel vento, nel sole. Voglio diventare brava”.

Ma oggi più di tre frecce è impossibile. Si siede nel prato, con i piedi nudi assapora la terra fresca e col viso cerca il sole caldo di maggio. Tra poco è il suo compleanno.

Il presidente, viene a salutarla e lei sorride e gli racconta chi è, quanto è felice di stare qui.

Tranquilla, appena lui si allontana, mi dice che non ce la fa più, sta troppo male.

“Bisogna andare”.

“Bene, ora ci alziamo”  e la sospingo fino alla macchina. “Ce la fai?” 

 «Sì sì, ce la faccio”. Sorride nonostante il dolore, l’affanno, la testa che scoppia.

Camminiamo lente, affrontiamo la nausea che l’assale ad ogni passo.

Lo so che non vuole compassione. Nessuno si accorge, infatti. Ci salutano.

In macchina ci salva un CD di Vasco Rossi.

Lui canta e a lei passa il dolore. Clara canta con lui. La musica come un calmante. Mi insegna ad ascoltarla e mi anticipa i passaggi. Canto anch’io, mentre guido, come se fossimo bambine in gita scolastica.

Arrivate a casa mi chiede di salire: “Vieni un attimo a vedere se ci sono stati i ladri, anche se ormai non c’è più niente da portare via.”

Sembra impossibile, ma ci sono stati, lassù al quarto piano e forse sono entrati dalla finestra. Una mattina si è alzata, si è preparata per uscire, ma la borsa non c’era più. Allora ha capito. L’ha spaventata soprattutto pensare che possono averla vista senza che lo sapesse.

Si mette subito a letto, si spoglia e riesce a scherzare:

“Non guardare, ormai sono una exbella!”

Sta male. Le lascio una tisana sul comodino.

“Che bella giornata ho passato con te! Tutto quel prato e quel sole caldo. E l’arco è fantastico! E anche Vasco Rossi!”

“Grazie” aggiunge mentre me ne sto già andando. Ma io non capisco. Mi volto verso di lei…. Ci penso. Grazie? A me? E’ lei che mi ha donato il giorno.

(brano tratto da Un teatro per Clara di Cecilia Trinci)

 

 

In questo video Clara Pacifici interpreta Lois Spears
da “Spoon River” di Edgar Lee Masters
Regia di Riccardo Massai
Archètipo produzione

 

Giovedì 21 maggio 2009, alle ore 18.30, presso il Teatro Comunale di Antella, sarà presentato il volume ‘Un teatro per Clara‘, di Cecilia Trinci (Edizioni Soleombra, Firenze).

Programma della serata: percussioni Massimo Ierimonti, musicista; letture a cura di Riccardo Massai, regista e Direttore Artistico Teatro Comunale di Antella; introduzione Raoul Gallini, Direttore Organizzativo Teatro Comunale di Antella; presentazione del volume a cura di Ugo Caffaz, Direttore generale politiche formative, beni e attività culturali della Regione Toscana e dell’autrice Cecilia Trinci.

Durante la serata saranno proposte immagini tratte da Il profilo di Michelangelo, di S. Massini, e L’anima allo specchio di T. Daniele, produzioni di Archétipo.

Ingresso libero.

Informazioni: Archetipo, via Villamagna 79, Firenze, tel. 055/65.30.729, e-mail: segreteria@archetipoac.it; sito internet http://www.archetipoac.it.

Impossibile tirare con l’arco senza l’attrezzatura giusta. Un kit per iniziare costa al massimo 160 euro. Si può tirare anche nel proprio giardino, ma si consiglia di frequentare un corso per neofiti presso una delle società affiliate alla Fitarco (cinque in provincia di Firenze, due nei dintorni della città), luoghi accoglienti, semplici, con molto verde per tirare all’aperto e con istruttori preparati. Per chi fosse curioso: Ugo di Toscana a Ugnano e Arcieri della Signoria alle Cascine.

Adolfo Batelli lavora in Via del Ghirlandaio, nel suo negozio che si chiama, non a caso, TUTTOARCO. Dire che è un venditore è riduttivo, anche se il suo è l’unico negozio del genere a Firenze. Anche Adolfo è unico: ex atleta, istruttore di altissimo livello ed esperienza, e inoltre judoka, campione di tiro al piattello, cacciatore e suonatore di corno, consulente e soprattutto, ascoltatore.

Passare nel negozio tanto tempo significa saper accogliere chiunque arriva. Ognuno con un problema suo e urgente: chi pensa di avere frecce troppo lunghe, oppure troppo corte, o troppo pesanti, troppo sensibili, troppo rigide…..”troppo” comunque sempre. Oppure l’arco è troppo vecchio, troppo superato, troppo pesante o troppo squilibrato oppure … sbaglia troppo. Perché un arciere è sempre in cerca del meglio e del di più, certo, anche se a volte accusa la propria attrezzatura di difetti che dovrebbe cercare in se stesso… Una freccia può costare da tre euro a 50, un arco può costare da 130 euro nella sua versione elementare a due o tre mila euro per una proposta da olimpiadi… Tutto questo lo si può trovare da Adolfo, che è la persona più adatta per consigliare l’oggetto migliore per ognuno. Ascolta, inquadra la persona, analizza, e alla fine parla. C’è chi arriva pensando di avere già una risposta, apre la valigetta con l’arco e si trova gli occhi acuti di Adolfo addosso che dopo un sorrisetto tra l’ironico e il comprensivo dà la sua sentenza, e che spesso, rovesciando tutto, trova una soluzione completamente lontana da quella che pensavamo facile. “Soddisfazioni economiche poche, dice, ma morali tante”. Perché a lui piace, soprattutto, dare consigli e sostenere anche gli arcieri più deboli, con problemi fisici o psichici, per i quali l’arco è una fondamentale occasione di vita. Racconta con quel suo speciale modo che minimizza le azioni più belle, come fossero ovvie e inevitabili, di come ci sono clienti che, usciti da gravissimi scontri con l’esistenza, con lui, in questo piccolo “club” di via del Ghirlandaio, tornano a sorridere. Eppure lo diresti un “duro”, essenziale nei modi, tenace nel raggiungere gli obiettivi, cacciatore convinto da quando aveva sei anni, ma conoscitore del bosco, con i suoi sussurri, le sue dinamiche, le sue vibrazioni. La caccia di selezione non è crudele, dice, anzi, permette di garantire l’esistenza ai caprioli che restano. Non trasgredisce mai le regole di lealtà che anche nella caccia ci sono e non uccide oltre il limite consentito, né fuori dei periodi o delle modalità ammesse. E poi, dopo, prepara dei piatti pantagruelici dal momento che una giornata di caccia è una esaltazione totale di capacità arcaiche. Alzarsi di notte, preparare l’attrezzatura, arrivare, percepire, colpire, squartare, cucinare. Mangiare poi tutti insieme in una festa stanca e soddisfatta. “Ho imparato anche a suonare il corno da caccia” aggiunge quando sembrava di aver finito l’elenco delle sue capacità, nella Associazione Clubert, simpatica fusione delle parole Club e Ubert, patrono dei cacciatori e come Adolfo la definisce, “molto conviviale”, appassionata di musica, caccia, racconti e soprattutto buona tavola. Conoscerlo, nel suo negozio pieno di frecce, di archi, di bersagli, di colori, è come fare capolino nel laboratorio di un artigiano, che ci racconta il suo mondo speciale, fatto di tecnica ma anche di passioni.

 

Tuttoarco di Adolfo Batelli, Via del Ghirlandaio 17, Firenze – tel. 055 678076

 

Nel cuore del Valdarno, sulle pendici orientali del Pratomagno, ci accoglie inatteso, come un salto dentro un buco aperto all’improvviso nel passato, la bellezza elegante e misurata di quel capolavoro edilizio chiamato Il Borro e che un cartello appeso nella piazza principale definisce “un atto di fede che si ripropone nel tempo”.

Nel cartello si legge “Al Borro non hanno lavorato i primi della classe, per loro esisteva la città. Qui c’erano solo gli uomini semplici, quelli di sempre, che hanno voluto le loro case come l’istinto consigliava. Una pagina fresca e ingenua tutta da conservare”. E che Salvatore Ferragamo, proprietario con la famiglia di questa magica apparizione, ha realmente saputo conservare, con l’eleganza e lo stile che ha fatto del suo marchio uno dei maggiori orgogli dell’imprenditoria italiana. Ci accoglie nello studio personale, che nel misurato disordine proprio dei luoghi veramente vissuti,  tradisce le più disparate passioni, mentre un piccolo cane indecifrabile trotterella dietro e davanti a noi, cercando amicizia come fosse selvaggina da snidare. E’ impossibile non rimanere stregati dalle finestre che ci circondano, con la loro abbondanza di giardino, di alberi e di fiori in una serena e silenziosa alchimia di colori, unico sfondo possibile al tono misurato con cui Salvatore Ferragamo parla del suo vino di cui è produttore. Un vino diverso dal più noto “Chianti”  che queste colline meno note e più appartate sanno regalare in modo generoso e interessante, che va saputo attendere, nel rispetto delle stagioni e della tecnica. Un vino che parla del tempo, come di un ritmo, di un passo più cadenzato con cui camminare nelle cose e nella natura e che sembra difficile recuperare o anche solo capire. Un tempo che ci prende appena varcato il ponte che unisce il Borro con il resto del mondo, più lento, più assaporato, più collegato ai nostri sensi e ai nostri pensieri. Già varcare il ponte ci calma, ci rallenta, in una dimensione più intima ed è facile accettare la possibilità che stiamo davvero entrando in una vita parallela, storicamente indefinita, dove anche gli arcieri possono essere i figli di un vicino medioevo. Al Borro si svolge una delle più belle e importanti gare di tiro di campagna, sostenuta dalla famiglia Ferragamo e grazie alla dedizione storica della Società Arcieri del Valdarno, guidati da Paolo Frontani. Il percorso si snoda nel bosco, strappandoci il senso del nostro presente, portandoci in una dimensione astratta dove il gesto antico e moderno dell’arco che si tende, che punta la freccia nel bersaglio, che  scocca, e raggiunge, è un gesto eterno, solo da gustare, lentamente, con tutti i nostri sensi. Come una coppa di vino rosso della nostra magica terra toscana.

 

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