Se una domenica d’autunno capita di imboccare la via che da Lastra a Signa porta a Malmantile, girando verso il monte e il bosco, lasciandosi alle spalle il traffico e la città, fermandosi alla piazzola di fronte agli “Arcieri del Rovo”, dopo soli pochi passi sembrerà di essere entrati in un’altra dimensione, in una favola mai dimenticata, fatta di giochi, folletti, laghi e animali, di casette fatate e di… arcieri. Ci abbraccia amorosa una valle verde, un declivio dolce, una diga coperta di vegetazione, un senso di apertura e di libertà, una coperta di pace fatta di amicizia e condivisione, di silenzi infiniti e di risate squillanti. Di abilità, anche, perché tirare nel bosco alle sagome degli animali, alci, cinghiali, galli cedroni, volpi, non è facile neppure per gli esperti, soprattutto senza mirare, perché la FIARC (Federazione Arcieri di tiro di Campagna) predilige il “tiro istintivo”. E’ pensando alla parabola ideale che il proprio arco deve assumere che l’arciere colpisce il bersaglio, ricostruendosela nella mente e nel corpo, come se disegnasse una invisibile freccia che attraversi l’aria, inclinata nell’unico modo possibile per volare giusta. Un folletto, un “cupido” che imbraccia l’arco rapido e solo guardando l’oggetto da colpire lo raggiunge infilzandolo. Senza mirare, senza calcoli complicati, senza attrezzi speciali. Per regolamento, che si ispira alla caccia, è la prima freccia quella che vale di più. Solo due per piazzola, in una serie complessa di tiri: attraverso tunnel di alberi che falsano le distanze, nel buio di un cespuglio folto, attraverso un lago, schiacciati contro il prato allo scoperto di un frutteto. Una miriade di possibilità, anche del corpo, che con agilità e fantasia si adegua alle inclinazioni del terreno, alle rocce, alle buche, ai rovi. La mobilità è la differenza più evidente nei confronti delle gare FITArco: si può tirare alle sagome in movimento, in piedi su un’altalena che oscilla, ai piattelli lanciati in aria. Pierluigi Chiaramonti è il presidente. Sicuro, competente, sereno, ci guida nel mondo incantato di un’arcieria difficile e affascinante. Impossibile imparare in un giorno tutte le regole, le possibilità, le tecniche. Sta nel bosco con una disinvoltura medievale, semplice e gentile, si adegua al terreno e all’ambiente ad ogni tiro, veloce, rapidissimo, un miracolo di coordinazione. Ci racconta che ci sono regole precise da rispettare e la Federazione prevede figure adeguate e competenti in tutti i settori: arbitri, istruttori, capicaccia e capisquadra. La sicurezza è importante e i territori dedicati alle gare e agli allenamenti sono controllati e custoditi dai rovi, dall’erba, dagli alberi caduti, dagli intrusi. Gli istruttori sono severamente selezionati. Gli arcieri possono cominciare a qualsiasi età: da due anni fino a che hanno fiato e gambe per arrampicarsi sul percorso. Dopo la fatica allegra di ogni gara ma anche dopo ogni allenamento, il pranzo sociale è quasi obbligato: carne che sfrigola sulla brace, pane profumato, liquori fatti in casa e soprattutto buon vino e buona grappa per riscaldare la brigata. E’ come tornare bambini felici nel bosco delle fate.














